Reiki, esorcisti e ospedali: quando il confine tra fede, libertà e cura diventa terreno di scontro
- robybencini64
- 6 giorni fa
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La vicenda dell’Ospedale di Pesaro, dove è stata sospesa un’attività di Reiki dopo le critiche dell’Associazione Internazionale Esorcisti, apre una discussione che va molto oltre il Reiki stesso.
Da una parte troviamo una pratica nata in Giappone, scelta da alcune persone come esperienza di rilassamento e benessere; dall’altra una precisa interpretazione religiosa che arriva a definirla un «insidioso pericolo», associandola alla superstizione e perfino all’azione del maligno.
Nel mezzo ci sono i pazienti.
Ed è proprio da loro che, forse, dovremmo partire.
Reiki non significa sostituire la medicina
Prima di tutto è necessaria una distinzione fondamentale.
Difendere la possibilità di praticare Reiki non significa sostenere che il Reiki possa curare un tumore, sostituire un farmaco, una terapia oncologica o qualsiasi altro trattamento medico.
Non dovrebbe essere presentato come alternativa alla medicina né utilizzato per convincere un paziente ad abbandonare cure validate scientificamente.
Ma “non sostituire la medicina” e “non avere alcun diritto di esistere all'interno di un percorso di benessere” sono due affermazioni profondamente diverse.
Il Reiki viene ricercato da molte persone soprattutto come pratica complementare: un momento dedicato al rilassamento, all’ascolto di sé e alla gestione soggettiva dello stress.
E in un percorso complesso e faticoso come quello oncologico, anche la dimensione emotiva e personale del paziente merita attenzione.
Davvero il Reiki è un “pericolo spirituale”?
L’Associazione Internazionale Esorcisti sostiene che chi pratica Reiki possa «cadere nel peccato di superstizione» ed esporsi «all’azione straordinaria del maligno».
È una posizione religiosa legittima all’interno di una determinata visione della fede.
Ma rimane, appunto, una posizione religiosa.
Il Reiki non nasce come culto del demonio e ridurlo automaticamente a spiritismo, occultismo o “porta” verso qualcosa di maligno significa interpretare una pratica appartenente a un contesto culturale e spirituale differente attraverso categorie proprie di un’altra tradizione religiosa.
Chi pratica o riceve Reiki, inoltre, può attribuirgli significati molto diversi.
C'è chi utilizza concetti come energia universale e dimensione spirituale; chi lo vive semplicemente come momento meditativo; chi ricerca rilassamento, contatto e tranquillità senza attribuirgli alcun significato religioso.
Trasformare tutte queste esperienze in un’unica categoria – quella del “pericolo spirituale” – rischia quindi di essere una semplificazione.
Una convinzione religiosa può decidere per tutti?
Ed è qui che la vicenda di Pesaro solleva la questione forse più importante.
Un'associazione religiosa ha pieno diritto di dire ai propri fedeli: “Secondo la nostra dottrina, questa pratica è incompatibile con la nostra fede”.
Un cattolico, altrettanto liberamente, può scegliere di seguire quell'indicazione e non avvicinarsi al Reiki.
Ma quando entriamo in una struttura sanitaria pubblica il piano cambia.
Un ospedale non è chiamato ad aderire alla visione spirituale del Reiki, ma neppure a quella dei suoi oppositori religiosi.
Lo Stato è laico proprio perché permette la convivenza di convinzioni differenti.
Una persona può credere nella preghiera, un’altra nella meditazione, un’altra ancora nel Reiki e un’altra in nessuna forma di spiritualità.
La domanda che un'istituzione pubblica dovrebbe porsi non dovrebbe essere: “Questa pratica è compatibile con una determinata religione?”
Dovrebbe essere piuttosto: “È proposta in modo trasparente, libero, sicuro e senza interferire con le cure mediche?”
Sono due criteri completamente diversi.
La libertà del paziente conta
Nell’articolo che ha riportato la vicenda viene evidenziato un elemento importante: secondo la direttrice dell’Oncologia, l’attività non sarebbe stata svolta da medici, infermieri o operatori sociosanitari come parte della terapia oncologica, ma da associazioni e su prenotazione degli interessati.
Se il Reiki viene chiaramente distinto dalle prestazioni sanitarie, non viene presentato come cura del cancro e viene scelto consapevolmente dal paziente, allora la discussione dovrebbe riguardare soprattutto regole, trasparenza e libertà di scelta.
Perché tutelare un paziente significa certamente proteggerlo da false promesse terapeutiche.
Ma significa anche riconoscerne l’autonomia.
Una persona che affronta una malattia non smette improvvisamente di essere un individuo capace di avere convinzioni, preferenze e bisogni propri.
Il rischio delle false guarigioni esiste. Ma non riguarda solo il Reiki
Su un punto è importante essere molto chiari: promettere guarigioni senza basi scientifiche è pericoloso.
Chiunque dica a una persona malata di abbandonare la medicina perché un trattamento energetico, spirituale o “naturale” sarebbe sufficiente sta oltrepassando un confine che dovrebbe essere invalicabile.
Ma contrastare questo fenomeno non richiede di demonizzare indistintamente qualsiasi pratica complementare.
Richiede informazione.
Significa spiegare con chiarezza cosa è una terapia medica e cosa non lo è, quali effetti sono scientificamente dimostrati e quali appartengono invece alla dimensione soggettiva, spirituale o del benessere.
Il pensiero critico dovrebbe funzionare in entrambe le direzioni.
Non è scientifico affermare che il Reiki guarisca una patologia senza prove adeguate.
Ma nemmeno l’affermazione secondo cui il Reiki esporrebbe una persona all’azione del maligno appartiene al terreno della dimostrazione scientifica: è un'affermazione teologica.
Le due cose non dovrebbero essere confuse.
Reiki e oncologia: accompagnare, non sostituire
Quando una persona affronta un tumore, la medicina deve naturalmente rimanere al centro del percorso terapeutico.
Accanto alla terapia, però, esiste un essere umano che può avere paura, vivere stress, cercare conforto, desiderare momenti di tranquillità o attribuire valore alla propria dimensione spirituale.
Ed è qui che dovrebbe collocarsi qualsiasi pratica complementare: accanto alla medicina, mai al suo posto.
La differenza è enorme.
Se una persona trova beneficio soggettivo nella meditazione, nella musica, nella preghiera, nello yoga, nel contatto con gli animali o nel Reiki, non significa automaticamente che stia attribuendo a quella pratica il potere di guarire la propria malattia.
Il benessere non coincide necessariamente con la cura della patologia.
Laicità significa lasciare spazio alle differenze
La questione di Pesaro, quindi, non dovrebbe trasformarsi in una battaglia tra chi “crede” e chi “non crede” nel Reiki.
La domanda più interessante riguarda il tipo di società che vogliamo costruire.
Una società nella quale una determinata convinzione religiosa possa stabilire quali esperienze spirituali siano accettabili per tutti?
Oppure una società nella quale le istituzioni pubbliche rimangano neutrali, stabilendo limiti fondati sulla sicurezza, sulla corretta informazione e sulla tutela del paziente?
La laicità non è ostilità verso la religione.
È ciò che permette a religioni, spiritualità e convinzioni differenti di convivere senza che una venga imposta alle altre.
Per questo un cattolico deve essere libero di rifiutare il Reiki perché incompatibile con la propria fede.
Esattamente come un'altra persona dovrebbe essere libera di sceglierlo, purché sappia perfettamente che non sta ricevendo una terapia medica.
Meno demonizzazione, più consapevolezza
Il Reiki può essere discusso.
Può essere studiato.
Si possono analizzare criticamente le affermazioni fatte da chi lo pratica e chiedere che non vengano attribuite a questa disciplina proprietà terapeutiche non dimostrate.
Tutto questo è legittimo e necessario.
Ma definirlo automaticamente una porta verso il maligno appartiene a una specifica interpretazione religiosa e non può diventare, da sola, il metro attraverso il quale un’istituzione pubblica decide ciò che un cittadino può o non può scegliere.
Difendere il Reiki, allora, non significa chiedere alla medicina di riconoscerlo come cura.
Significa chiedere qualcosa di molto più semplice: distinguere la cura dal benessere, la scienza dalla fede e la libertà individuale dall’imposizione di una convinzione religiosa.
In un ospedale la medicina deve restare medicina.
La spiritualità deve restare una scelta.
E proprio per questo, quando non interferisce con le cure e viene proposta con trasparenza, quella scelta dovrebbe appartenere prima di tutto alla persona.
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